Torta Ambrosia




Avventure e peripezie nella preparazione, assemblaggio e decorazione di una torta a strati

A costo di sembrare sdolcinata, patetica, e banale, vi metterò comunque al corrente di questa teoria, che è la stessa che tutte le grandi e i grandi costruttori e assemblatori di torte a strati che si rispettino profetizzano; ebbene: insieme alla materia stessa, tra creato e creatore si produce e si instaura l’empatia.

Si parte dalla scoperta impacciata, con un po’ di timore, della ricetta; fino alla consapevolezza della scelta, alla prima gioia del burro montato con lo zucchero ed al suo profumo vanigliato, all’aroma sperato. C’è un sobbollire di crema, una presa di coscienza, un cucchiaio sporcato e infine un lungo riposo, finché non giunge l’ora del caffè. La pausa caffè, prima o dopo aver infornato i vari dischi di impasto (non fa differenza, dipenda dalla stanchezza e lo stress accumulato, direttamente proporzionale all’importanza e alla difficoltà della torta), è un’ora d’aria obbligatoria, sacra e irrinunciabile. Con le torte a strati ho imparato che la fretta non serve, non è nostra amica, ogni cosa ha il suo perfetto tempo in un’orchestra di composizione, gli intervalli vanno rispettati e vanno rispettati per intero, altrimenti la struttura crolla.

I tempi di riposo sono quindi molti; se non si vuole pensare, realizzare una torta a strati non è un buon metodo per evadere dalla realtà e cercare conforto dalla tristezza, forse finché si è tra i forni e i fornelli si può eludere questa particolarità, l’orologio scorre e le preoccupazioni sono trattenute, ma arriva il tempo della posa, il momento in cui la crema si deve raffreddare. Allora l’emotività riemerge, e la pace con sé stessi diventa necessaria come l’aria se si vuole avere la fermezza di aspettare con la cieca l’incertezza del risultato (verrà o non verrà?). Questo è il motivo per cui non preparo di frequente, queste torte a strati.

Le pause, quando non controllo il mio stato d’animo, sono strazianti, è tutto catapultato dentro questo mondo di dolcezza che dovrebbe essere un’ancora di salvezza, ed invece si trasforma in una zavorra. Il dubbio, il silenzio, il volto buio del risultato ambiguo, la pressione dell’aspettativa, sono soffi che alimentano la brace della fretta, la fretta è spinta dall’ansia e crescono insieme finché non-agire diventa impossibile. Allora succede che, sforno troppo presto, e l’impasto si ripiega su sé stesso. Tolgo la torta dallo stampo finché è ancora calda, e si sbriciola tra le mie mani. Monto la panna troppo velocemente, e impazzisce. Monto la torta finché la crema è ancora calda, e pende pericolosamente da una parte. Quante torte ho rovinato in questo modo? Non le conto sulla punta delle dita.

Vi posso contare quelle che invece sono riuscite, e sono tre, tre creature nate sotto uno stato d’anima propizio, di cui ricordo la determinazione, la calma aurea di chi sa cosa sta facendo, e la pazienza che in genere non ho mai. Sono una torta alla nocciola con crema al caffè e caramello mou; una devil’s food cake con mousse alla Nutella, ganache al cioccolato e tartufini ricoperti da nocciole tritate; infine (l’ultima, quella di queste fotografie) una torta al cocco con orange curd glassata con crema al burro e formaggio spalmabile alla vaniglia, caramello salato al Grand Marnier, decorazione di meringa italiana fiammeggiata al cannello e arancia essiccata (ispirata alla ricetta americana chiamata Ambrosia cake).

Quando tutto è pronto, e ciò che rimane è imbastire, inizia a sobbollire un tenue sentimento d’orgoglio, ancora troppo timido per darsi coraggio ma abbastanza agguerrito da esplodere al momento giusto, strato dopo strato, bagna dopo bagna, farcia dopo farcia. La parte più dura è quella della glassatura (una landa ancora quasi del tutto selvaggia e inesplorata per me, di cui ho persino paura a mettere piede), ma in un modo o nell’altro qualcosa si abbozza e un risultato credibile (anche se non eccezionale, ma non siamo pretenziosi) ne è l’elementare conclusione, si palesa lì davanti a me, una torta a strati che sta in piedi ed è glassata, una tela pura e spoglia su cui si può mettere le mani. Tiro un sospiro di sollievo, e dopo parte il balletto celebrativo. Sì avete letto bene, mi metto a ballare.

Poi c’è un altro silenzio ed un’altra pausa, prima della decorazione. Un nuovo sorso di caffè con latte, se ci scappa anche un biscotto inzuppato (proprio perché me lo sono meritato). Mentre ultimo i passaggi finali i miei battiti scorrono frivoli e lievi come trasportati sulle ali di un uccellino innamorato a primavera, ed infine, quando ho smesso di trattenere il fiato, la torta a strati è pronta. Avevo parlato di empatia, è in questo momento che esplode, si instaura un impulso d’amore orgoglioso per la mia creatura, ed io mi sento il dott. Frankenstein all’accensione della vita.

P.S. Se la ricetta vi interessa, chiedetela nei commenti.

 




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