Torta paradiso con curd al pompelmo rosa e crema al burro alla vaniglia




Lettera ad una torta imperfetta

Non certo la tua veste migliore, tortina mia, ma devi portare pazienza, sto imparando. Magari verranno i giorni in cui la tua glassa sarà perfetta, liscia e tirata a lucido, non ci sembrerà nemmeno vero. Forse fra molti anni ci sarà un momento in cui ti erigerai diritta e fiera e non sembrerai star per ricadere su te stessa. Ti incoronerà una luce nuova e splendida che avrò imparato dal tempo e l’esperienza a darti (sai meglio di me quanto io stia cercando la luce perfetta). Potrà essere che questo giorno arriverà, oppure no, e rimarrai per sempre la mia perfetta torta imperfetta.

Su questo campo faccio qualche passo avanti (se non altro lo spero con ardore), ed il momento in cui mi cimenterò di nuovo con uno scoglio simile è presto vicino: il compleanno della mia seconda nipote. Affinerò di nuovo la spatola e testerò una nuova strategia. Forse non vi sorprenderà sapere che la crema al burro non va spalmata sulla torta lasciata riposare in frigorifero, ma a temperatura ambiente, altrimenti il burro si solidifica immediatamente in un modo assolutamente anti-estetico; io non lo sapevo e l’ho scoperto a mia spese, una sera esasperata dal confronto con questa odiosa crema al burro e questa torta amata. Jon sentiva le mie imprecazioni dalla camera da letto, finché sbirciando non mi ha sorpresa sciogliermi sulla sedia quasi in lacrime, davanti a questa torta rosa confetto che non voleva diventare come volevo io. Incrocio le dita per la prossima e intanto penso alla possibile farcitura, suggerimenti?

Eccomi, a piccoli passi, ritorno ai dolci, alle torte per precisione. Torno ad amarli, anche se non è esatto perché li ho sempre amati (ma anche odiati). Quello che mi ha aiutato ad aprire gli occhi, è stato l’impasto paradiso, la calma, è l’arma di chi combatte contro le uova montate a neve. È stato strano, approcciarmi a questa torta non in solitaria compagnia, una volta ogni tanto. Ho chiesto aiuto a Jon perché la paradiso è da sempre, la mia torta mai riuscita, ed avevo bisogno di un cavaliere senza macchia e senza paura che attendesse alle mie avversità.

Quindi c’ero io, che aggiungevo tantissime uova ad una ad una su di un quintale di burro e zucchero, mentre lui manovrava con pragmaticità il frustino elettrico tra le mani, la luce dell’angolo cottura della cucina acceso al massimo su quello che era il nostro tavolo chirurgico, mentre noi due, stretti nell’angolino tra il frigo ed il fornello, sporgevamo il naso per scorgere se l’impasto demoniaco montava, e resisteva alla montatura, oppure no. Ma è andata, altrimenti questa torta non avrebbe avuto luogo. E quello che sembrava un preludio infernale è diventato un coro celeste, quando la fecola di patate ha fatto la sua trionfale caduta a pioggia, una nube candida che sembra portarti alle porte di un altro mondo, è stato allora che ho detto a Jon: questo è il motivo per cui la chiamano, torta paradiso.

P.S. Se la ricetta vi interessa, chiedetela nei commenti.

 




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